LE DICHIARAZIONI DELLA CAMORRA – Il boss Sarno racconta degli omicidi decisi in barca a Mergellina

(di TITTI BENEDUCE da www.corrieredelmezziogiorno.it) Un summit di camorra in mezzo al mare, al largo di Posillipo, per concordare l’omicidio (poi fallito) del capoclan di Pozzuoli Gaetano Beneduce: ne ha parlato il boss Giuseppe Sarno, ora collaboratore di giustizia.

Il processo nel quale è stato sentito come teste (e non ha voluto essere protetto dal paravento, come accade quasi sempre ai pentiti) è quello in corso nell’aula bunker Ticino 2, davanti ai giudici del Tribunale di Nola, a carico di Giuseppe Petrone e Fabio Andolfi, ritenuti affiliati al clan Cuccaro, per un’ estorsione a un negoziante di Cercola. La barca sulla quale avvenne l’incontro, una Profilmarine Cherokee 35 da 60.000 euro, era ormeggiata a Mergellina fino a quando, su disposizione del gip Antonella Terzi, l’hanno sequestrata i carabinieri di Castello di Cisterna; ora si trova in una rimessa di Agnano. Era intestata a Giorgio Cicatiello, genero di Giuseppe Sarno, ma è stata proprio sua moglie Maria, la figlia del boss, a confermare che si trattava di un’intestazione fittizia. IL RACCONTO DEL BOSS – Ecco come Sarno ha raccontato l’incontro a bordo della barca: «Con Pozzuoli avevamo già dei rapporti quando mio fratello Luciano era libero. Io ho avuto rapporti con ‘o viecchio, di cui ricordo solo il nome di battesimo: Procolo (era un uomo di fiducia del boss Gennaro Longobardi, ndr). Un giorno ci siamo incontrati io con la barca mia e lui con un gommone. Ci incontrammo in mezzo al mare, era l’unico posto per vederci e per stare tranquilli mentre discutevamo. Ci incontrammo per fare il punto della situazione su Pozzuoli, dove Gaetano Beneduce stava dando fastidio. Il vecchio mi fu portato da Antonio Bevilacqua e da Umberto Palumbo che, come ho letto dai giornali, è stato ammazzato (il delitto è avvenuto il 10 marzo a Scisciano, ndr). Ci siamo visti sotto ‘o vintuno, la zona si chiama così perché dal mare si vede la struttura di Canale 21. Beneduce aveva bloccato tutti i soldi delle estorsioni a Pozzuoli e aveva detto che chi avrebbe vinto la guerra si sarebbe preso tutti i soldi. I Longobardi sapevano che si nascondeva a Quarto e chiesero a me il permesso di ammazzarlo. Io dissi di sì, solo che poi non si riuscì ad ucciderlo». STRATEGIA DEL TERRORE – Nel corso dell’interrogatorio, Sarno ha parlato anche della «strategia del terrore» contro i pentiti: uno di loro, Giuseppe Schisa, fu consegnato ai Sarno dal proprio fratello Roberto. Il pm Vincenzo D’Onofrio ha chiesto: «Roberto Schisa sapeva cosa facevate voi a chi si pentiva?» Il boss ha risposto: «Lui è venuto a dire questo proprio per fare uccidere il fratello. Lo sapevano tutti che fine facevamo fare a chi si pentiva». L’ex capoclan ha fatto anche più volte riferimento al nipote Luigi Amitrano, morto nell’esplosione dell’autobomba avvenuta nel 1998 a Ponticelli. Non è riuscito a trattenere le lacrime: «Quando si parla di mio nipote… Non mi dite niente, si parla di un ragazzo».

L’Ora Vesuviana on-line

redazione@loravesuviana.it

Advertisements