LA CENSURA DELL’ARTE – Al Contemporany Art Museum di Casoria, dopo il bambolotto infilzato, “vietato” l’ingresso dai soliti ignoti

CASORIA – In principio fu un bambolotto di colore “infilzato” alla grata di ingresso del Museo. Nell’hinterlnad, insomma, l’arte fa paura. Ma a chi? Un catenaccio a bloccare il cancello d’ingresso. E’ l’amara sorpresa che si sono trovati di fronte stamattina gli addetti all’accoglienza del Contemporany Art Museum di Casoria, struttura museale dell’hinterland napoletano. Un grosso lucchetto con sbarra serrava il cancello d’ingresso impedendo l’apertura al pubblico del museo. Non c’è pace per il Cam, che di nuovo si trova a far fronte a episodi di boicotaggio e intimidazione.

Lo scorso dicembre, poche ore prima dell’inaugurazione della mostra “AfriCam”,un bambolotto di colore infilzato alla grata di ingresso del museo. Un chiaro riferimento al tema dell’arte africana e degli immigrati che l’esposizione avrebbe affrontato. Oggi è la volta del cancello incatenato. “E’ un fatto gravissimo, che ha scandalizzato anche le tante persone che stamattina volevano visitare il museo approfittando delle feste di Pasqua”, dice il direttore Antonio Manfredi con un pizzico di emozione nella voce. Al momento non è stata fatta nessuna denuncia: “Ho chiamato l’amministrazione comunale perché lo spazio museale è pubblico”, aggiunge Manfredi che appare visibilmente colpito dal fatto. “Non si capisce perché continuino a infastidirci – continua – Noi portiamo avanti solo progetti culturali e vogliamo aprire le porte dell’arte contemporanea a Casoria e invece qui le porte ce le chiudono”. “Forse danno fastidio le nostre mostre”, afferma ancora il direttore del Cam riferendosi alla rassegna dal titolo “Politik” che raccoglie artisti internazionali che riflettono sul concetto di potere nel terzo millennio e che ha portato al ,museo anche opere censurate come il video sugli episodi di Piazza Tienanmen e il bacio gay sulla bandiera italiana, bloccato a Milano nella mostra “Arte e omosessualità”. Alla luce dell’episodio, Manfredi racconta un “singolare aneddoto”: “Quando organizzammo la mostra sulla camorra nel 2009 ci chiamò una specie di agenzia che diceva di fornire servizi di sicurezza, chiedendoci se ne avevamo bisogno. Noi al’epoca rispondemmo di no, ma forse oggi mi viene da pensare che abbiamo sottovalutato quelle parole. Forse volevano farci capire che ne avremmo dovuto aver bisogno”. “Siamo mortificati – conclude  – soprattutto per il pubblico che oggi voleva entrare e che abbiamo dovuto mandare via”. 

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