L’INTERVISTA – Simona Brandolini intervista in esclusiva il miglior capo staff dall’epoca di Berlinguer: Mario Bologna, il rapporto con Bassolino e quella passione per l’arte che ha ancora addosso

DA WWW.CORRIEREDELMEZZOGIORNO.IT  Pubblichiamo una bella intervista di Simona Brandolini, oggi sul Corriere del Mezogiorno, il giornale (tandem del Corriere della Sera) diretto da Marco Demarco.

Quindici anni, giorno più, giorno meno. Dal G7 in poi. Palazzo San Giacomo, poi Palazzo Santa Lucia. Portavoce-consigliere prima del sindaco, poi del presidente e dell’uomo politico Antonio Bassolino. Mario Bologna è sempre stato dietro le quinte: a tessere le lodi del rinascimento napoletano e a parare i colpi nel momento più basso dell’era bassoliniana, durante l’emergenza rifiuti. Per astra ad aspera, avrebbero detto al contrario i latini. Ora al centro di una polemica per la nomina a direttore del Forum delle culture. A proposito, taglia corto: «Dico solo che torno a fare un lavoro che mi piace. In fondo sono un comunicatore politico-culturale». Bologna, lei è considerato il primo dei bassoliniani. «Mai stato un bassoliniano. E il primo a saperlo è stato proprio Bassolino. Forse proprio per questo mi ha scelto. Mi ritengo un riformista, per molti di destra». Avete mai litigato? «Spesso. E abbiamo anche alzato la voce. Ma non lo ha fatto solo lui, l’ho fatto anch’io». Dunque Bassolino ha un caratteraccio? «Al contrario, anche se non sembra, ha un gran senso dell’umorismo».

Ed è vero che è timido? «L’ho visto imbarazzarsi, questo sì. Per esempio quando, durante una manifestazione in strada, una signora lo invitò ad entrare in casa. E non era per un caffé. Oppure quando i femminielli di via Verdi gli mandavano baci con la mano». Come è come caposquadra? «Una volta non si trovava l’assessore Barbieri. Chiamò i carabinieri. Lo trovarono». Quando è iniziata la sua avventura con Bassolino? «Io sono arrivato dopo il G7. All’epoca mi occupavo delle attività culturali ed editoriali del gruppo Guida, dopo aver lavorato e collaborato con vari giornali». Chi eravate? «Innanzitutto Bassolino che con umiltà e determinazione guidava un gruppo di assessori che provenivano dalle più svariate esperienze. C’erano Riccardo Marone, noto avvocato civilista napoletano, Roberto Barbieri, sottratto alla sua esperienza di manager, Renato Nicolini, un’estrosa personalità e un urbanista di qualità come Vezio De Lucia. Questi i primi che mi vengono in mente, senza far torto a nessuno. Quello che si notava era lo scarso peso dei partiti e un legame quasi diretto tra amministrazione e città». Poi straslocate a Palazzo Santa Lucia. Cominciano i guai.
«I guai sono il pane quotidiano di chi amministra. Ma voglio dire che non si può, come stiamo facendo, discutere di Napoli e della Campania al di fuori del contesto nazionale. Questo non per cercare alibi. Poi, una cosa è il Bassolino eletto con voto diretto subito dopo tangentopoli e un altro è il Bassolino eletto brillantemente alla guida della regione Campania quando il peso dei partiti è cresciuto. Nel primo caso, più rapida e immediata è la decisione ed anche l’individuazione del responsabile, mentre nel secondo caso c’è il necessario passaggio della mediazione che ne allunga i tempi». Mi fa un esempio del peso dei partiti?
«Teresa Armato, popolare, fu nominata assessore alla Sanità. De Mita, allora segretario del Ppi, voleva sollevarla dall’incarico. Bassolino resistette per mesi e mesi alle pressioni dei partiti, dei media e di noi dello staff che non ritenevamo utile aprire una crisi politica».

Torniamo ai guai. Si può dire che il primo è stato il doppio incarico e l’ultimo i rifiuti?
«È vero che vivemmo un momento di difficoltà quando Antonio fu chiamato a fare il ministro. E qui le rivelo un retroscena: gli unici ad esprimere delle perplessità su quella scelta fummo io e la moglie Annamaria. Ma, come aveva promesso, si trattò di incarico temporaneo dopo 7 mesi passò la mano. Eppure nel 2000 si candidò alle regionali e vinse a mani basse, a riprova di un mai interrotto legame con i cittadini. Si trattò di un’elezione difficile e anche qui, come ci tengo a fare in questo colloquio, non rifuggo dal contesto nazionale: quelle elezioni costarono a D’Alema la presidenza del Consiglio dal momento che perdemmo quasi ovunque. Certo che i rifiuti hanno rappresentato uno spartiacque perché in questo caso è stato gioco facile scaricare tutto sulle spalle di Bassolino». Qual è stato, invece, il momento più alto dell’era bassoliniana?
«Sicuramente la lunga luna di miele al Comune di Napoli quando il Times lo definì il Tony Blair italiano e pochi giorni dopo, a un ricevimento all’ambasciata inglese a Roma, l’ambasciatore disse che semmai Tony Blair doveva essere definito il Bassolino inglese perché stava all’opposizione. Ma secondo me, il punto più alto, per chi ha vissuto con lui, è stato quando un serrato e a tratti ingiustificato fuoco nemico e amico chiedeva le dimissioni durante la crisi dei rifiuti nel 2008 e Antonio, con grande senso di responsabilità, ha collaborato col governo, col commissario e con tutti quelli che volevano il superamento dell’emergenza. Caricandosi sulle spalle anche le responsabilità di chi se la dava a gambe o di chi aveva ostacolato ogni soluzione. Altro che attaccamento alla poltrona». Cosa non avrebbe dovuto fare?
« Ricandidarsi nel 2005». E ora secondo lei è davvero finita? «Come avviene in natura, nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma. Secondo me Bassolino sta vedendo giusto quando dice che è giunto il momento di una riscossa meridionalistica. Non è provincialismo culturale, né una rivalutazione del pensiero borbonico. Al di là dei propri limiti, il Mezzogiorno ha bisogno di un nuovo protagonismo politico di fronte all’invadenza nordista ». Che aria tira a Santa Lucia? «Non siamo in smobilitazione, perché si è aperta una nuova fase politica, chiunque vinca. E chiunque vinca non può non fare i conti con il Sud». Più volte il presidente Napolitano ha sollecitato un’autocritica meridionale. «Penso che l’autocritica sia giusta e sia stata fatta, ma, talvolta, abbiamo rischiato l’autoflagellazione. In ogni caso ritengo debba accompagnarsi ad una severa autocritica delle classi dirigenti nazionali che hanno ininterrottamente saccheggiato il Mezzogiorno». Avete mai pensato di abbandonare il campo? «Nei momenti più acuti della crisi dei rifiuti invitai Bassolino a far volare le carte e a tirar fuori tutto quello che aveva in corpo. Mi ha ascoltato solo in parte».

Simona Brandolini

http://www.corrieredelmezzogiorno.it

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