L’INTERVENTO “Siamo tutti camorristi”, sopra i tetti per protestare, nella terra del sangue, della munnezza e dei politici corrotti. Per non dimenticare don Peppino Diana, semplicemente sacerdote

don peppino diana

Le affermazioni dell’Onorevole Gaetano Pecorella, Presidente della Commissione Giustizia del Parlamento, rese al giornalista Nello Trocchia del sito-rivista “Articolo 21”, su don Peppino Diana hanno suscitato scalpore e scandalo.

Il prete che testimoniava il suo impegno civile a Casal di Principe, e per questo fu massacrato dai casalesi il 19 marzo del 2004, al compimento del suo 36° compleanno. L’onorevole, in quanto avvocato di Nunzio Di Falco, autorevole capobanda e killler dei casalesi, indicato come il principale mandante dell’omicidio, ripropone pari pari le sue tesi difensive, secondo cui il movente non era certo, ce ne potevano esserci più d’uno: “qualcuno ha parlato di una vendetta per gelosia… che conservasse le armi dei clan… ci sono diversi moventi”. Ma soprattutto afferma, ed è il cuore di tutto il ragionamento, che “nessuno ha mai detto perché è avvenuto quell’omicidio visto che non c’erano precedenti per ricostruire i fatti”. Il Pecorella ha dato fiato e valenza processuale alle voci, messe in giro dagli stessi camorristi, riportate segnatamente sul “Corriere di Caserta”, giornale il cui direttore  fu condannato per calunnia e ricatto. Già il D e Falco è stato condannato con una sentenza passata in giudicato dalla Cassazione del 4 marzo 2004, per un altro omicidio, proprio come leader emergente, in contrapposizione a Francesco Schiavone “Sandokan”, l’altro capobanda storico. Ma perché lo fa? Perché continua a infangare la memoria di un martire, riconosciuto come tale dallo stesso Giovanni Paolo II? Perché fa propria la consegna dei camorristi di uccidere una seconda volta questo prete, con la più sordida calunnia, dopo averlo fatto una prima volta sparandolo? A mio avviso le ragioni sono tutte politiche e interne alla politica di questo Governo rispetto alle Mafie; anzi alle politiche contraddittorie che esprime su questo tema. Innanzitutto è almeno strano che un Avvocato, per di più professionalmente e attivamente impegnato nel difendere i camorristi, sia stato indicato come Presidente delle Commissione Giustizia: è un non senso. Ma che poi anche nel suo dovere istituzionale, continua a comportarsi come se fosse sempre e costantemente  un difensore di criminali camorristi, definitivamente giudicati per tali , dimenticando totalmente le ragioni dello Stato che egli rappresenta, qua non solo siamo nel pieno del conflitto d’interesse, ma nel pieno conflitto etico. Ma è una scelta da parte del governo. Lo stesso Pecorella nel difendersi dai giusti rilievi esposti su di lui da Roberto Saviano,  giustifica ad oltranza il suo operato appellandosi a ”risultanze processuali”, che poi sarebbero le voci propalate dai camorristi che non solo i Pm, ma anche i Magistrati giudicanti hanno valutate come prive di ogni fondamento. Pecorella sa bene che la Mafia prima di uccidere, isola politicamente e dopo, l’uccisione crea una controinformazione mistificata sulla vittima, volta a mostrare la potenza e l’intoccabilità della stessa Mafia: è come se uccidesse due volte. Il solo fatto di ritenere semplicemente “presentabili” queste dicerie, è come se desse diritto di cittadinanza alla camorra, come se fosse un soggetto “pari” alle vittime. Ed è questa una precisa modalità processuale, messa in essere dalle Mafie. Ma essa va decisamente respinta. La Criminalità Organizzata non va affrontata solo sul livello processuale: o meglio va affrontata in modi speciali, decisi e mirati, con strumenti processuali e legislativi all’altezza dei livelli di  pericolosità sociale che essa ha raggiunto, che mutano perché essa è particolarmente duttile, sa adeguarsi e trasformarsi. Ma soprattutto lo stesso Stato deve essere investito da un’adeguata percezione culturale di questa pericolosità. Che non investe solo la sfera criminale, ma quella economica, e soprattutto sociale. Ebbene le affermazioni dell’Avvocato Pecorella, esprimono una forte discontinuità rispetto a questa modalità operativa, e sono preoccupanti perché, col loro rifarsi, sia pur indirettamente alle fonti mafiose, tenta di distruggere la figura di Don Peppino. E ne è addirittura cosciente, quando afferma testualmente :”basta eroi dell’antimafia”. Per lui, e per quanti la pensano come lui nel governo, Don Peppino è vittima di natura imprecisata, che non deve diventare bandiera di niente. Cioè egli distrugge la possibilità che la lotta alle Mafie abbia un supporto culturale, fatto di volontà e di testimonianze, spesso anche sanguinose, di uomini e donne che hanno dedicato la loro esistenza all’affermazione della legalità contro i soprusi della camorra; e che da questo sangue possa nascere un desiderio di affrancarsi dall’abbraccio soffocante di quest’idra dalla molte teste. Pecorella quindi nega che la lotta alle Mafie sia un’esigenza che deve essere fatta propria dallo Stato democratico, pena il deterioramento delle stesse istituzioni previste dalla Costituzione. Lo stesso personaggio è anche Presidente della Commissione d’Inchiesta sui Rifiuti , quella che sta vagliando tutte le risultanze non solo processuali (ma anche), ma procedurali e tecniche sull’intero ciclo dello smaltimento dei rifiuti in Campania. Sicuramente incontrerà tracce della malavita organizzata: in particolare del clan dei casalesi, che per primo in Italia e con maggiore efficacia ha compreso l’enorme profitevolezza criminale del business . Come si metterà? Si dimenticherà per un solo istante di essere uno dei difensori di punta dei suoi massimi e più sanguinosi esponenti? O con la bava alla bocca continuerà a gettar fango su Don Peppino?

Francesco Capozzi

l’Ora Vesuviana on-line

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