Reunion Band, bello spattacolo, poco concerto, le lacrime degli affezionati e i fischi per “l’intruso” D’Alessio

Applausi, lacrime e tanti fischi per Gigi D’Alessio. Vaimo’ 2008, il tour per festeggiare i 30 anni in musica di Pino daniele è andato così. All’interno un articolo di Nino Marchesano da La Repubblica

Irene è sempre Irene e Giorgia, nonostante rida meno è sempre la più bella voce da cantantessa poliedrica italiana. E poi sul palco un maturo Nino D’Angelo, gli eccezionali Avion Travel (i Servillo’s so’ grandi su qualsiasi palco) la Civello, la nuova band e la Reunion, quella di James Senese, Rino Zurzolo, Tony Esposito, Tullio De Piscopo e del maestro Joe Amoruso. Questa era la Napoli al Plebiscito. Questa era la Napoli che dalla musica e dalla cultura, festeggiando i 30 anni di Pino Daniele sul palco. Sound d’annata con gli strumenti moderni e la voce che magari vive l’età.

Però, polemiche per gli spazi negati a parte e per i rimborsi (flop) dei biglietti, Pino Daniele fa sognare e accapponare la pelle. Senza più raccontare solo i vicoli. Senza metterci dentro tutte le storie che hanno accompagnato (nel bene e nel male) 30 anni di questa città. E poi i fischi, a scena aperta. Perché, onestamente, Gigi D’Alessio lì in mezzo non c’entrava proprio e non perché non sia una star. Forse, paradossalmente secondo i criteri d’oggi è la più star di tutti. Ma lì, in una piazza gremita di gente, con mamme, papà e bambini piccoli che di “donna Cuncè” non sanno niente, D’Alessio ‘o Scarrafone non lo poteva fare. “Grazie Pino” ha urlato Irene Grandi, più bella che mai. Giorgia, sul palco c’è salita indossando un cuore e Napoli: “Amo Napoli”.

 

E tutto bene. Il deliro per un figlio della luna come James Senese che suona sempre da Dio e via applausi per tutti, perché nonostante non abbiano provato, il groove c’era, perché con le percussioni di Tony Esposito e il contrabbasso di Rino Zurzolo, quello non può mancare. E c’erano pure i fischi per un ospite, che però vale la diretta Rai, poco gradito. Bello spettacolo, poco concerto, qualche lacrima, tanti ricordi e soprattutto un “te ne vai o no” a D’Alessio che è il manifesto di una città che vuole rialzarsi.

l’Ora on-line

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la galleria fotografica è tratta da www.repubblica.napoli.it

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All´inizio era la musica napoletana. Poi venne Pino Daniele e fu “tutta ‘n´ata storia”. Il vecchio stile viene rivisitato in nome di una urgenza comunicativa che non può attendere. “Terra mia” sembra togliere il silenziatore al clima plumbeo della città e invita giovani artisti a suonare e raccontare un´altra Napoli. Il fragore del rock si stempera in melodie più facilmente identificabili, la scoperta del jazz e della fusion permette assoli strumentali prima impensabili in una canzone lunga solo tre minuti, i testi, sulla scia della ricerca sulla musica popolare, liberano la città da una cappa ideologica insopportabile e sintetizzano il malessere in un nuovo codice dialettale. “Je so´ pazzo” diventa il simbolo di una generazione che non ci sta, vuole far ascoltare la sua voce e il 19 settembre 1981 piazza del Plebiscito si riempie fino all´inverosimile: duecentomila persone per celebrare una sorta di festa della liberazione dai cliché culturali, con alcuni giovanotti che sul palco ce la mettono davvero tutta, restituendo una possibilità di riscatto che passa attraverso la musica, l´unico mezzo d´espressione che in quel periodo infrange barriere, apre coscienze, mobilita persone. «La sensazione che avvertii quella sera è che qualcosa di magico era accaduto», ricorda Rino Zurzolo, un esordio da quattordicenne accanto a Pino Daniele. «Si avvertiva che si stava creando qualcosa di importante, c´era un messaggio forte rivolto alla gente». La svolta avvenne con la storica band formata da Tullio De Piscopo alla batteria, Tony Esposito alle percussioni, James Senese al sax, Rino Zurzolo al basso e contrabbasso e Joe Amoruso alle tastiere. La stessa formazione del tour di Vai mo´ che si esibirà questa sera nella parte centrale dello spettacolo. «Cominciammo il tour subito dopo il terremoto dell´80», prosegue Zurzolo. «Suonavamo fuori Napoli e la cosa sorprendente era che a ogni concerto il pubblico aumentava. Uscivamo dagli alberghi e ci riprendevano con le telecamere fin dalla mattina, ci sentivamo come i Beatles. C´erano fan che addirittura ci seguivano per quindici, sedici date consecutive. So che domani (questa sera, ndr) gli stessi saranno in piazza». Vengono dalla Germania, dalla Svizzera, per provare a rivivere una felice stagione della musica. «Alla fine del tour ci ritrovammo in piazza del Plebiscito», prosegue il contrabbassista che attualmente insegna al Conservatorio di Benevento. «Ricordo che sul palco ci sentivamo delle formichine. Se sollevavi una tavola del palcoscenico, spuntava la testa di qualcuno, c´erano decine di persone assiepate sotto il palco». Negli anni Settanta l´onda lunga del rock e della fusion arrivò a Napoli e i musicisti la tradussero nel loro dialetto, nelle loro melodie, nel loro modo di fare blues. Pino Daniele ebbe l´intuizione di cantare e scrivere in napoletano. Non solo la grinta di “Je so´ pazze”, la poesia di “Terra mia” o “Napule è”, ma anche l´ironia di “´Na tazzulella ‘e café”. Massimo Troisi ricominciò da tre. Pino Daniele gioca con il titolo del film e nel suo cofanetto, che contiene ben tre cd, ricomincia da trenta. Sono gli anni che separano la svolta della musica napoletana dal presente. Pino Daniele ha aperto una nuova prospettiva alla musica e il 10 luglio nel Museo della Memoria di Pomigliano d´Arco sarà inaugurata la mostra fotografica di Pino Miraglia “Terra mia”, che poi diventerà itinerante con allestimenti nelle diverse location che ospiteranno i festival del Circuito jazz.

di Nino Marchesano da La Repubblica