Scacco ai Casalesi. In aula per la sentenza anche lo scrittore finito nel mirino della camorra Roberto Saviano. “Ha vinto lo Stato”

NAPOLI  - Gli inquirenti che ci lavorano da più di dieci anni l’hanno chiamato Processo Spartacus, perché come Spartaco doveva liberare gli schiavi, qui si trattava di liberare un intero territorio (dai conti correnti e dalle intercettazioni, s’è scoperto un business internazionale) dalla camorra. Lo scacco ai Casalesi. Alle 12 e 30 nell’aula bunker cala la parola fine sul processo d’appello contro la feroce camorra di Casal di Principe dopo 3 giorni di camera di consiglio.

Colpiti tutti i ras del clan: da Francesco «Sandokan» Schiavone a Francesco “Cicciotto e mezzanotte” Bidognetti ai due latitanti «eccellenti» Antonio Iovine e Michele Zagaria. Per loro, per i capi storici e attuali dei Casalesi, ergastolo confermato. Così come ai loro luogotenenti e sicari. In totale sedici provvedimenti di carcere a vita, come chiesto dai pm.
Uniche attenuanti per alcuni collaboratori come Luigi Diana.

In aula ad ascoltare la «resa» dei Casalesi c’è anche lui, lo scrittore Roberto Saviano: «Questa sentenza è la vittoria dello Stato e della Procura antimafia. Ma tanto resta ancora da fare, è solo l’inizio di un percorso di lotta ai poteri criminali, di una svolta che ha un significato culturale. In questo momento il mio pensiero va ai magistrati che hanno lavorato in queste inchieste, a molti giornalisti coraggiosi e anche ai caduti di camorra di cui spesso non si parla sui media».

È soddisfatto il pg Francesco Iacone, rappresentante dell’accusa. «La sostanza della sentenza di primo grado è confermata, tranne qualche punto che mi riservo di valutare. Le attenuanti generiche sono state concesse solo agli imputati che hanno ammesso i fatti e hanno confessato». Il pg ha sottolineato «gli enormi sforzi» per celebrare il processo «compiuti da tutti gli apparati». «Vi ricordo – ha detto – che in primo grado il processo Spartacus durò sette anni e gli imputati furono scarcerati. Noi per portarlo a termine abbiamo stralciato la posizione degli imputati liberi e ci siamo concentrati su quelli detenuti. Così consentiremo anche alla Cassazione di intervenire prima della scadenza dei termini». Alla domanda di una giornalista su quale sia stata la maggiore difficoltà da affrontare il pg ha risposto: «Sono state le proteste degli avvocati, che minacciavano di andarsene. Comunque abbiamo avuto molti problemi grossi, perfino il presidente che è stato male».

Sono complessivamente 30 le condanne inflitte dalla prima sezione della Corte di Assise di Appello di Napoli (presidente Raimondo Romeres, giudice a latere Maria Rosaria Caturano). Oltre alle sedici condanne all’ergastolo (nei confronti, tra gli altri, dei vertici della cosca come Francesco Schiavone, Francesco Bidognetti, Michele Zagaria e Antonio Iovine), la Corte ha inflitto altre 14 condanne a pene varianti dai 30 ai due anni di reclusione. Trenta anni è la pena stabilita per Pasquale Apicella e Giuseppe Russo, 21 per Antonio Basco, 16 per Luigi Diana, 15 per Dario De Simone (collaboratore di giustizia) e Nicola Pezzella, 14 per Franco Di Bona (anch’egli pentito), 10 anni e sei mesi per Carmine Schiavone (pentito), 9 per Guido Mercurio, 9 per Corrado De Luca, 4 per Alberto Di Tella e Giuseppe Quadrano (entrambi pentiti), 3 anni e tre mesi per Vincenzo Della Corte, 2 per Vincenzo Schiavone.

Primo e secondo grado è durato in tutto dieci anni. Dieci lunghi anni di processi nel corso dei quali i Casalesi hanno continuato a spadroneggiare, uccidere, intimidire. Sette anni il primo grado (sentenza il 15 settembre 2005) con 21 eragastoli inflitti e 95 condanne complessive: un totale di otto secoli e mezzo di condanne. Dei 21 ergastoli, nel secondo grado, durato «solo» tre anni ne erano stati chiesti 16. Confermati in aula. Sedici gli omicidi oggetti di valutazione e revisione commessi tra il gennaio 1988 e la fine del 1991: tra questi il più importante, quello di Antonio Bardellino, capo indiscusso della camorra casertana, ucciso in Brasile a picconate.

Un processo-simbolo, il processo a «Gomorra», non a caso chiamato «Spartacus», quasi si dovesse – come lo schiavo Spartaco – liberare un intero territorio dal gioco della camorra più sanguinaria e potente. Un giorno del giudizio scandito da minacce a giornalisti (la reporter del «Mattino», Rosaria Capacchione), giudici (Raffaele Cantone) e Roberto Saviano.